Intervista ad Aniello Montano e la crisi dell’istruzione. Salviamo l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

La crisi avanza e si tagliano i fondi anche ai centri di eccellenza della cultura italiana. Il professor Aniello Montano, docente presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, ci racconta cosa succede nella sua realtà, perché, e da cosa bisogna salvare l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici?

La maledetta crisi che non c’è, un po’ come l’uomo invisibile, in realtà c’è. E miete vittime.

La cultura in Italia è sull’orlo di un precipizio, e se non fosse per qualche coraggiosa schiera di volontari e missionari che lavorano all’interno delle nostre università pubbliche, sarebbe già piombata nel buio più totale.

Mentre i nostri parlamentari si dilettano in neanche troppo interessanti elucubrazioni, i professori, i ricercatori, i precari e – soprattutto – gli studenti si domandano da settembre cosa sarà di loro.

La scure della finanziaria s’è abbattuta sulla pubblica istruzione, tagliandone i fondi e riducendo al collasso le strutture anche di valore della nostra storia italiana, delegando alle regioni gli impegni che dapprima erano statali e oggi divengono improvvisamente di esclusiva competenza locale.

Tra i centri colpiti dalla crisi, ci sono istituti italiani famosi nel mondo, come l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli (IISF) che oggi versa in condizioni difficilissime.

Le attività continuano sia grazie a generose donazioni di privati – come quelle straordinarie della famiglia Marotta, che è arrivata a vendere proprietà immobiliari per finanziare le attività dell’IISF -, sia grazie ad opere di semi volontariato di ricercatori, precari, e professori. Ma non basta, occorre che lo Stato continui ad assumersi gli impegni che un ente culturale pubblico di tale prestigio richiede.

Per richiamare l’attenzione pubblica e politica, in occasione delle celebrazioni del trentacinquesimo anniversario della fondazione, è stato rivolto al pubblico europeo un appello firmato dal prof. Aniello Montano, dall’accademico di Francia Marc Fumaroli e dal prof. Biagio de Giovanni, perché la crisi in cui versa l’IISF sembra essere radicale e richiede l’impegno di tutti perché venga superata.

Ma cos’è l’IISF? L’Istituto è un prestigioso polo culturale che raccoglie intellettuali ed esponenti di spicco mondiali, intrattiene rapporti con le principali università europee, costruisce percorsi culturali con lezioni periodiche, seminari, corsi interdisciplinari, e cicli di lezioni. Un diamante nel deserto del nostro abbandonato sud Italia.

Premi Nobel come Rita Levi Montalcini e Sheldon Glashow hanno collaborato con l’Istituto, e oggi ci si pone il problema di come continuare a sostenere finanziariamente i borsisti e le attività che hanno reso questo Istituto famoso nel mondo.

Ho richiesto al prof. Montano, uno dei firmatari dell’appello per il salvataggio dell’IISF, di darmi una mano a comprendere meglio cosa stia succedendo:

SdM: Avete scritto un appello per il salvataggio dell’IISF aperto a tutti i cittadini d’Europa. Perché c’è bisogno di “salvarlo”? In che condizioni versa? Come mai? Chi l’ha sostenuto finora?

AM: L’Istituto consente a giovani di paesi lontani dal nostro di avvicinarsi alla cultura italiana e soprattutto meridionale consentendo loro di leggere i testi di Niccolò Machiavelli, di Giordano Bruno, di Giambattista Vico, di Vincenzo Cuoco, di Benedetto Croce e di entusiasmarsi per i loro contenuti di civiltà. Queste edizioni hanno consentito al pensiero italiano di penetrare nelle culture di moltissimi paesi del mondo, permeandole anche al di fuori delle ristrette cerchie degli specialisti. (…) L’Istituto fino a questo momento è sostenuto da finanziamenti pubblici e nei momenti di difficoltà è stato fortemente sostenuto dalla famiglia Marotta, che ha alienato più di un cespite della proprietà privata per far fronte agli impegni dell’istituto.

Con i tagli alla cultura, l’Istituto verrebbe a trovarsi nella impossibilità a continuare nella sua funzione e nel suo compito.

Concretamente, quali sono le iniziative o gli interventi che richiedete alla politica e a tutti noi nel prossimo futuro? Quali piani proponete per rilanciare l’Istituto?

Allo Stato e alla Regione Campania si chiede di tenere l’Istituto nell’elenco degli enti di cultura di rilievo nazionale e di sostenerlo con finanziamenti adeguati per consentirgli di continuare a svolgere il ruolo importantissimo finora svolto per la crescita dell’immagine del nostro Paese nel mondo, per incrementare le ricerche di cultura umanistica, per favorire il dialogo tra cultura umanistica, cultura scientifico-tecnologica ed economica e per permettere ai giovani del Mezzogiorno d’Italia di continuare a dialogare con le più belle intelligenze del mondo e per consentire agli intellettuali di tutto il mondo di conoscere e apprezzare il tesoro di entusiasmo e di creatività che ancora è presente nei giovani meridionali.

Quanto è importante che un istituto d’eccellenza come l’IISF sia a Napoli? Quali vantaggi apportate con la vostra presenza ad un territorio afflitto da molti e complessi problemi?

L’Istituto con le sue molteplici iniziative in ogni settore del sapere continua, pur tra mille difficoltà, ad entusiasmare studiosi affermati e giovani ricercatori di Napoli e del Mezzogiorno e a spronarli nell’impegno a perseverare nella linea del libero esercizio del pensiero e della larga diffusione della cultura, praticata e difesa per secoli dalle Accademie e dalle libere scuole di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia. La presenza di un istituto d’eccellenza a Napoli, oltre a salvaguardare una tradizione di alta cultura che senza alcuna soluzione di continuità, data dal primo secolo avanti Cristo. (…) Si pensi a figure come Bruno, Vico, Genovesi, Filangieri, De Sanctis, Croce e così di seguito. Di questa vivacità culturale il territorio si avvantaggia non poco e soprattutto si avvantaggiano i tanti, tantissimi, giovani non inclini a rassegnarsi alla perdita di importanza e di ruolo positivo svolto delle regioni meridionali nella storia nazionale e internazionale.

C’è una tendenza molto forte in questi anni ad identificare l’istruzione con la preparazione di una persona all’attività lavorativa. Questa tendenza è uno dei modi in cui si manifesta l’idea più generale che l’attività produttiva sia prioritaria rispetto allo sviluppo culturale del Paese. Cosa credete si debba fare in Italia per ristabilire un equilibrio più sano tra queste due visioni dell’uomo e del progresso? Che ruolo credete debba assumere l’IISF?

La tendenza ad identificare l’istruzione con la preparazione di una persona all’attività lavorativa risponde ad un concetto di uomo immaginato come produttore di beni e non come soggetto pensante. I modelli di apprendimento di “sapere il perché” si fa una cosa sono stati sostituiti da quelli di “sapere come” quella cosa si fa. A breve il secondo modello di apprendimento è più produttivo ma alla lunga produce atrofia immaginativa e reattiva, incapacità progettuale e schiavitù di pensiero. Senza cultura umanistica non c’è autonomia intellettuale né vera libertà. L’interdisciplinarietà e il dialogo tra settori diversi ma non eterogenei della cultura non sono affatto occasionali. Anzi, sono al centro dell’interesse dell’Istituto, la cui attività fondamentale consiste nei “seminari”, una forma di comunicazione della cultura in grado di spargere semi destinati a germogliare su un terreno spirituale comune e a risvegliare vocazioni e capacità, che per difetto di stimoli intellettuali sono sopite o spente. Il merito dell’Istituto è da individuare, infatti, nell’aggregazione e nella mobilitazione di molte delle più belle intelligenze giovanili e nell’indirizzarle al culto appassionato dei valori più alti del vivere civile, della cura dell’universale contro il gretto particolarismo di una società ricca, ma sempre più spesso egoista e violenta. Le iniziative dell’Istituto hanno contribuito in maniera forte all’irradiazione dei saperi umanistici, utilissimi anzi indispensabili per la funzione di tessuto connettivo che svolgono nella società civile. E si sono qualificate come modello per molta parte dell’Europa e per i tanti paesi del mondo impegnati a realizzare una cultura libera da rigidi schemi precostituiti e improntata alla solidarietà, unica condizione per una pace vera.(…) I convegni specialistici organizzati a Napoli in Italia e all’estero, le centinaia e centinaia di volumi di alta cultura, stampati e fatti circolare in tutto il mondo, i seminari tematici, le scuole di alta formazione, la diffusa sperimentazione della didattica dei contenuti, fanno dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici un’istituzione culturale originalissima, al servizio della cultura e del bene pubblico, come è stato ripetutamente riconosciuto dal Parlamento Europeo e dall’ONU e come è testimoniato da tanti giudizi dei più qualificati filosofi e scienziati di ogni parte del mondo.
Silvia De Marino

Fonte:
AgoraVox

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Intervista a Gerardo Marotta: «Noi non chiuderemo mai e a settembre pronta la ristampa dell’unico manoscritto di Giordano Bruno»

«Una ferita mortale per la rivoluzione napoletana»
INTERVISTA. A colloquio con Gerardo Marotta, mecenate dell’Istituto italiano studi filosofici di Napoli che dal 1975 promuove la cultura meridionale nel mondo. L’ente è nella lista dei tagli predisposta dal ministro Tremonti.

«Noi non chiuderemo mai. Saremo sempre lì». C’è una passione trascinante nelle parole flebili di Gerardo Marotta, 83 anni, avvocato e filosofo napoletano, ma soprattutto mecenate e presidente dell’Istituto italiano di studi filosofici. Da Napoli Marotta sta provando in questi giorni a lanciare il grido di allarme per tentare di salvare la sua creatura. La scure della manovra di Tremonti si abbatterà infatti anche su Palazzo Serra di Cassano. Una lunga e prestigiosa catena storia di promozione e diffusione della filosofia, che dal 1992-93 ha trovato il riconoscimento dei finanziamenti pubblici.

E ora cosa succederà con i fondi? Saranno ridotti del 50 per cento. Ma prima bisognerà vedere se l’Istituto, i cui finanziamenti sono scaduti il 31 dicembre 2009, li vedrà rinnovati. Solo la famiglia Marotta ha finanziato l’Istituto, che ha poi ricevuto riconoscimenti internazionali, di Onu e Unesco. «Siamo stati finanziati dal 1993, quando dopo 16 anni che ci siamo svenati io e mia madre, che abbiamo fondato l’Istituto all’Accademia dei Lincei nel 1975, finalmente arrivò il riconoscimento del presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, per finanziare biblioteca e scuole di formazione nel Mezzogiorno».

Che cosa ha fatto l’Istituto in questi anni? «Duecento scuole create nel Mezzogiorno, molte scuole presso i Comuni, e molte presso i licei; scuole di filosofia, scuole scienze. In tutte le province meridionali i ragazzi erano appesi ai soffitti, per vedere i professori e i premi Nobel, venuti da tutta Europa. Abbiamo portato tutto il meglio della cultura europea, dalla Spagna, dalla Germania, e i ragazzi sono rimasti sbalorditi, perché per la prima volta sono scesi questi professori nelle profondità delle Calabrie, delle Puglie, in posti magnifici, dove c’è stata la rivoluzione napoletana. è stato incredibile vedere l’entusiasmo e il furore di questi ragazzi. Abbiamo regalato centinaia di volumi, fatto convegni, e seminari (1000 l’anno). Una cosa favolosa che nessuna scuola in Europa ha fatto».

Quando avete percepito l’ultimo finanziamento? «Dobbiamo ancora avere i fondi del 2004-2006, del ministero dell’Università e della Ricerca, e della Regione, che fecero a suo tempo un accordo per finanziare l’Istituto. Ne abbiamo avuto solo una parte, per il resto aspettiamo che il ministero del Tesoro saldi il finanziamento del 2007, 2008, 2009, di cui ci ha dato solo degli anticipi. è una lotta estenuante. Ho dovuto vendere tutte le mie proprietà».

Con il taglio dei finanziamenti quindi cosa accadrà alle vostre attività? «Sono tutte in pericolo. Il centro di Vienna è in pericolo. Collaboriamo con l’Accademia di Vienna, con il Collegio di Francia di Parigi, con l’Hairburgh Institute. Paghiamo borse di studio, soggiorno e alberghi, per una decina di studenti l’anno, e in Germania abbiamo un centro a nostre spese per stampare tutti i classici del medioevo latino, presi dai testi e portati su internet.

E a settembre distribuiremo a tutti i paesi del mondo una ristampa dell’unico manoscritto di Giordano Bruno, che abbiamo tradotto in tutte le lingue, grazie ad un contratto con la biblioteca nazionale di Mosca»*.

Giulio Finotti

Fonte: terranews

*L’Avv. Marotta si riferisce alla ristampa anastatica del codice Norov (conservato nella Biblioteca Statale Lenin) che contiene l’unica testimonianza al mondo di manoscritti autografi di Giordano Bruno e manoscritti di testi dettati dal nolano al suo discepolo Hieronymus Besler. La Biblioteca Lenin oltre al codice possiede anche 26 stampe di cui 23 raccolte da Avraam Sergheevich Norov. (admin giordano bruno blog)

Hieronymus Besler

—>>>Cliccando qui potrete vedere il codice Norov e la videoconferenza con il Direttore generale della Biblioteca Nazionale di Russia durante la Prima Biennale Bruniana. (Nel caso di problemi con la visione potete installare il “Windows Media Player Firefox Plugin” o quello adatto al vostro browser web)

Codice Norov                Cofanetto eseguito appositamente su ordine di Norov.

Fonte: fondazionegiordanobruno.org

Premio Cimitile (XV ed.) e VII simposio su Giordano Bruno (13 giugno 2010).

Premio Cimitile, ecco le novità

CIMITILE – A sole tre settimane dall’avvio della quindicesima edizione del Premio Cimitile, una delle vetrine più importanti e prestigiose per i talenti letterari, il Nolano.it ha intervistato Felice Napolitano, artefice del successo della kermesse che è riuscita a fondere nel corso degli anni partecipazioni pubbliche e private che consentono e garantiscono alla manifestazione di mantenere un livello di qualità da sempre altissimo. Molte, anche quest’anno, le conferme. Molte anche le novità.

Il Premio Cimitile è giunto alla sua quindicesima edizione. Presidente Napolitano, in poche parole quale sarà l’obiettivo di quest’anno e quali novità ha in serbo per il 2010?

Obiettivo del premio Cimitile è da sempre, non solo per quest’anno, promuovere il gusto della lettura e l’inscindibile binomio libro – letteratura. In Italia purtroppo si legge poco, e in Campania ancora di meno. Siamo terz’ultimi in Europa a livello nazionale, mentre a livello regionale le ultime stime parlano di soli 28 campani su 100 che leggono almeno un libro all’anno. Lo scopo della fondazione e di tutte le sue iniziative collaterali è di invertire proprio questa tendenza. Ci dobbiamo credere e ci crediamo, promuovendo sopratutto la cultura tra i ragazzi. Non a caso, infatti, anche quest’anno il fiore all’occhiello dell’intera manifestazione sarà la sezione inedita di narrativa, che a differenza di altri premi italiani pure importanti, ma che raccolgono testi già editi e diffusi, regala l’opportunità a scrittori, ed in particolar modo ai giovani, di poter esprimere il loro talento e la loro bravura finora inespresse, proprio attraverso i libri.

Quale sarà il cartellone degli eventi della quindicesima edizione del Premio Cimitile?

Tutte le novità di questa quindicesima edizione saranno presentate il 27 maggio a Napoli in una conferenza stampa appositamente convocata. Questa edizione sarà come al solito ricca di ospiti e personalità di alto spessore culturale. Posso dare qualche anticipazione sul calendario degli eventi. Per esempio la serata di apertura è prevista per sabato 12 giugno. Per il giorno seguente, domenica, è previsto il 7° simposio su Giordano Bruno con ospiti importantissimi. Lunedì 14 ci sarà poi la premiazione con una borsa di studio di un concorso indetto in tutte le scuole della regione per la scrittura della fiaba e del racconto più bello. Martedì 15 giugno sarà una serata diversa dal solito: la musica incontrerà la letteratura in un concerto con una orchestra di 20 elementi. Per mercoledì 16 giugno, per la prima volta, e su specifica richiesta del sindaco di Nola Geremia Biancardi, il premio si sposterà fuori dalle basiliche. Nella città dei gigli avrà sede un convegno che avrà per tema il piano strategico regionale per la valorizzazione dei beni culturali. Venerdì 18 sarà la volta di una conferenza internazionale sul tema dell’emigrazione presso l’università di Caserta a Santa Maria Capua Vetere. La serata finale avrà luogo invece sabato 19 giugno.

Il Premio Cimitile è un appuntamento ormai consolidato con la cultura, che pone l’area nolana in primo piano nel panorama nazionale. Ha mai pensato ad una iniziativa collaterale di promozione, però, solo di scrittori del territorio?

Il premio Cimitile nasce proprio così, nel 1995, su iniziativa dell’associazione III millennio, operante proprio a Cimitile. Viene infatti l’idea di organizzare una manifestazione a Villa Lenzi, una mostra di scrittori conterranei. La prima edizione vide la presentazione del libro di “Ermanno Corsi, ancora oggi legato al premio in quanto presidente del comitato scientifico. Ad oggi, invece, per la sezione di inedita narrativa arrivano ogni anno oltre 500 manoscritti da tutta Italia. Il libro che risulta vincitore viene ogni anno edito da Guida editore di Napoli. Siamo orgogliosi di poter dire che in quindici anni, il premio Cimitile ha dato l’opportunità a quindici scrittori di essere lanciati, conterranei e non.

Sono ormai quindici anni che il Premio Cimitile è un appuntamento atteso ed apprezzato, ma come risponde l’area nolana alle proposte della sua Fondazione? E in particolare le istituzioni locali, sono vicine nella organizzazione e nello svolgimento del Premio. O potrebbe esserci maggiore interesse?

Ormai, giunti alla 15° edizione, le istituzioni sono vicine. Ed anzi, ne fanno parte. Dalla manifestazione letteraria che era nel ‘95, si è passati poi per l’ente premio Cimitile, fino a raggiungere il traguardo della fondazione. E’ uno dei pochi esempi di mix di enti pubblici ben riuscito: regione, provincia, comune, e l’associazione obiettivo III millenni sono i componenti della fondazione. Pochi mesi fa inoltre, il coronamento di un lungo lavoro, quando il premio Cimitile è stato inserito nell’albo degli istituti di alta cultura italiani.

In queste settimane si stanno svolgendo degli appuntamenti collaterali al Premio Cimitile, come “La letteratura incontra il territorio”. Vuole spiegarci il senso e gli obiettivi di questi appuntamenti preparatori? E qual è la risposta delle comunità interessate rispetto alle vostre iniziative? Ci saranno altri appuntamenti?

“La letteratura incontra il territorio“ è una delle iniziative di maggiore successo di tutto il panorama letterario nostrano. Non faccio nomi perché sarebbero davvero tanti, e non intendo fare torto a nessuno, ma ogni volta la risposta di pubblico è assolutamente eccellente. Questa manifestazione è un mezzo efficacissimo per promuovere il libro e la cultura nel territorio a cui tale letteratura appartiene. Oltre all’incontro infatti, ogni volta il comune ospitante la manifestazione è tenuto a comprare un certo quantitativo del libro che verrà presentato, da distribuire gratuitamente agli spettatori in sala.

Potrà la nomina di un assessore di Cimitile, l’onorevole Pasquale Sommese, alla Regione portare ancora maggiore interesse da parte dell’ente palazzo Santa Lucia sul Premio Cimitile?

Come dicevo, le istituzioni sono parte integrante della Fondazione, quindi grossi problemi non ci sono. Il futuro non può che essere roseo. Pasquale Sommese, nostro concittadino, è stato certamente vicino alla manifestazione sin dalle prime edizioni, ma devo ricordare anche tutti gli altri uomini politici che sono intervenuti a vario titolo e nelle varie edizioni, come il deputato Paolo Russo. Però, non dimentichiamolo, gli investimenti nella cultura non sono mai abbastanza. Adesso che abbiamo l’opportunità di avere quattro – cinque consiglieri di area nolana seduti sugli scranni del parlamento regionale, il mio augurio non può che essere quello di fare maggiore attenzione agli attrattori culturali del nostro territorio, per un rilancio turistico e culturale dell’intera area. Ed in questo nessun’altro se non la politica può mirare allo sviluppo per ottenere risultati concreti.

Il palcoscenico privilegiato del Premio Cimitile sono le Basiliche di Cimitile, amate ancora poco conosciute nonostante la vetrine che la Fondazione offre. Cosa si può fare di più per valorizzarle?

Si può certamente fare qualcosa di più. Ma non si può scindere il complesso basilicale paleocristiano di Cimitile dalle risorse e dalle potenzialità che tutta l’area offre. Penso al villaggio preistorico, al museo archeologico di Nola, al castello Lancellotti di Lauro, solo per dirne qualcuno. Come dicevo, chi deve fare la sua parte è la politica. C’è bisogno di promozione e di riprendere in mano il piano strategico, servono stimoli per i nostri politici per la costituzione di una cabina di regia, con una governance leggera, che metta insieme i vari comuni. Sarebbe un sogno, un accordo ideale tra i comuni di Cimitile, Nola, Avella, Lauro, per il versante storico – artistico per poi inserire anche quello religioso (Visciano – Liveri) che permetterebbe di poter finalmente rimettere in moto la grande macchina attrattiva di cui il nostro territorio è in possesso, e farla correre sui binari del sistema turistico campano. Abbiamo tutte le carte in regola per poterlo fare, e non ho dubbi che nel corso dei prossimi anni nessuna strada verrà lasciata intentata.
di Gianluca Amato 22/05/2010
Anno III Numero 141
Fonte: Ilnolano.it

“Certame muore perché sottovalutato”

NOLA – “Il Certame bruniano, così come lo conosciamo, quest’anno non si farà”. A dichiararlo, confermando le anticipazioni del Nolano.it, è il preside Allocca del Liceo Carducci, istituzione culturale per antonomasia della città, e sede da sempre della manifestazione dedicata al filosofo nolano. Lo abbiamo intervistato per chiarire alcuni dettagli della vicenda che sta facendo discutere la città intera. “Il certame bruniano ha dei tempi di preparazione molto lunghi – ha dichiarato il preside – Noi, in quanto parte in causa nella sua organizzazione, abbiamo lasciato tutto il tempo affinché la nuova amministrazione si stabilizzasse, ma non ci sono stati dati risultati. Abbiamo fatto una sola riunione con il comune e con tutte le scuole, alla fine risoltasi con un nulla di fatto. Ne era prevista un’altra, ma è saltata, e non ne sono state convocate più. Ad oggi, e manca un mese, questa versione ”rattoppata“ del Certame non si sa che forma avrà”. “E’stata persa una grande occasione – interviene Luigi Pasciari, docente di filosofia nello stesso istituto e tra gli organizzatori dell’evento – Il Certame non riguarda solo Giordano Bruno, ma è l’immagine stessa della nostra terra, una immagine ricca, e culturalmente vivacissima che riesce ad esprimere appieno le potenzialità della nostra città”. I problemi di fondo che non consentiranno il regolare svolgersi della manifestazione sono ben chiari a chi il Certame lo vive e lo organizza in prima persona. Il preside Allocca li spiega. “Il Certame è stato sottovalutato. Si è creduta una cosa per addetti ai lavori, mentre invece ha sempre riguardato e riguarda la città intera. E’ stato poi confuso: nelle varie riunioni con l’amministrazione mi sono reso conto che il Certame veniva visto come rinchiuso all’interno della Fondazione Giordano Bruno, come un fatto privato di questa che quindi dovesse essere risolto, insieme a tutte le altre problematiche, dalla Regione. Mentre invece sono due cose assolutamente distinte, per ruolo e per organizzazione. Una volta fatto capire questo, sono subentrati i problemi economici, e organizzativi. Frutto di una politica che negli anni scorsi non è mai riuscita a mettere da parte i soldi per pagare le spese. Prima li anticipava la scuola, e venivano poi rimborsati dopo diversi mesi. Ora però a causa di cambiamenti legislativi alle scuole non è più concesso di poter anticipare cifre simili. Ed ecco nascere i problemi. Il Certame avrà vita garantita solo quando si riusciranno a mettere i soldi con almeno un anno di anticipo”.

di Gianluca Amato 18/03/2010
Anno III Numero 77

Fonte:  Ilnolano.it

L’Acrotismo Cameracense di Giordano Bruno. Intervista a Barbara Amato, a cura di Lorenzo Ciavatta (Lo Sguardo – numero II, 2010)


L’Acrotismo Cameracense di Giordano Bruno

Intervista a Barbara Amato

a cura di Lorenzo Ciavatta

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Introduzione

La collana dei Supplementi di Bruniana & Campanelliana ha

recentemente accolto tra i suoi volumi l’ Acrotismo Cameracense curato da Barbara Amato; prima edizione in italiano del Camoeracensis acrotismus di Bruno.

La traduzione dell’opera, effettuata dal latino, obbliga a sottolineare la serietà e la preparazione con cui l’analisi del testo è stata condotta. La curatrice, privilegiando un metodo che si avvale tanto di strumenti filosofici che filologici, rende pienamente i significati dei termini considerando l’utilizzo effettuatone da Bruno; tale operazione si concretizza nella stesura di esplicative note al testo in cui vengono avanzate proposte di traduzione difficilmente opinabili.

L’ Amato, nell’introduzione dell’opera, presenta al lettore un’esaustiva sintesi delle tematiche che sorreggono l’impianto teorico dell’Acrotismo.

L’importanza di quest’ultimo, pubblicato a Wittenberg nel 1588 presso lo stampatore Zacharias Krafft, è presto chiarita con due precise osservazioni:

« Con un’esposizione rigorosa e serrata, l’Acrotismus racchiude in ottanta articoli la critica bruniana alla Fisica e al De coelo dello Stagirita, dando luogo ad un commento ‘in negativo’ che, seguendo fedelmente l’ordine dei testi, legge, interpreta e confuta in un’unica mossa i passi delle opere di Aristotele in cui si annidano i principali errori della sua filosofia naturale…]

[… Abbandonata la forma dialogica ed il volgare degli scritti londinesi, l’opera si presenta, dunque, come la prima enunciazione della fisica e della cosmologia bruniane nella lingua ufficiale della comunità scientifica internazionale, il latino, e nella forma privilegiata dalle discussioni accademiche: le tesi.»

[Acrotismo, pp. 11.]

Il testo tratta un tema fondamentale della riflessione filosofica di Bruno: la riabilitazione della fisica nei confronti della metafisica e l’individuazione del loro comune oggetto d’indagine nella Natura.

Per comprendere la rilevanza di una simile operazione concettuale si consideri questa breve riflessione:«Dopo aver elevato lo statuto epistemologico della fisica, svincolando il suo oggetto dalla dipendenza dalla materia sensibile, Bruno viene a sottrarre alla metafisica la possibilità di indagare sostanze trascendenti, separate nell’essere e nell’essenza dalla natura, le quali, soprattutto nell’interpretazione di Tommaso, costituivano l’oggetto specifico della metafisica. La separatezza degli oggetti della metafisica dalle sostanze della physis affermata da Aristotele viene letta, in questo luogo dell’Acrotismus, non come trascendenza ontologica, ma come distinzione logica e gnoseologica».

[Acrotismo, pp.22]

Fissato questo assunto fondamentale, in pochissime pagine si articolano dettagliatamente la critica al concetto aristotelico di vuoto, di movimento e di monstrum, la delicata questione della materia e della sua divisibilità, l’incommensurabilità del moto rettilineo con quello circolare, la definizione di spazio inteso come infinito ricettacolo; in altre parole il testo potrebbe definirsi come il manifesto della riflessione bruniana sulla Natura in contrapposizione con la linea peripatetica dominante nelle accademie. I capisaldi concernenti la fisica precedentemente espressa nei Dialoghi italiani vengono ripresi nell’Acrotismo, sviluppati e chiariti in attesa d’essere poi definitivamente sistematizzati nella trilogia di Francoforte.

Rispetto a quest’ultima l’opera, constatato il suo carattere fortemente anticipatore, sembrerebbe funzionare analogamente ad una chiave; strumento imprescindibile per comprendere nel dettaglio quelle nozioni, contemporaneamente metafisiche, geometriche e fisiche, che strutturano opere come il De minimo, il De monade e il De immenso.

Se l’accurato lavoro dell’ Amato fornisce primariamente gli strumenti critici e il materiale per ulteriori approfondimenti della filosofia di Giordano Bruno, secondariamente contribuisce a rendere un’immagine dello stesso decisamente più veritiera e storicamente contestualizzata rispetto a quella proposta da alcuni ambiti della critica. Il punto della questione può essere sintetizzato domandandosi fino a che punto sia legittimo definire un autore come “precursore dei tempi”. Non è infatti possibile nascondere che, all’immagine del Bruno “mago” proposta da Frances Amelia Yates, alcuni ambienti abbiano reagito in modo decisamente antitetico proponendo quella del Bruno “scienziato”.

Premesso che nel gioco delle possibili interpretazioni quasi tutto è

ammesso, sembrerebbe più confacente a rispecchiare una determinata realtà storica l’immagine di un Nolano intento a disfare teoreticamente, non certo per via sperimentale, il dominante impianto peripatetico all’epoca vigente nelle accademie; queste ultime così definite nell’Acrotismo:

«specialmente dove si hanno molte contese, molte confusioni, molte dispute, innumerevoli discordie, nulla di ordinato, nulla di chiaro, nulla di sicuro e dove, ad eccezione della comune denominazione, professione e scuola di provenienza, non vi è nulla di conforme. Quale indizio di falsità e cecità può mai essere maggiore di questa situazione in cui, a parte coloro che siano stati assoldati a pagamento o coloro che siano trattenuti dal timore di un danno, tutti contraddicono tutti, ognuno è da solo, nessuno approva nessun altro in nessun modo e perciò tutti sono stolti di fronte al giudizio di tutti, tranne che di fronte al proprio?»

[Acrotismo, pp. 50.]

L’invettiva di Bruno nei confronti della volgare filosofia, identificata con la corruzione dell’unica verità operata da un punto di vista metafisico/teologico dalla Chiesa e da quello fisico dai peripatetici/grammatici di cui le accademie traboccano, è costante in tutta la sua produzione; nello specifico contesto polemico dell’Acrotismo diviene elemento integrante del discorso, un appello a riscoprire concrete teorie fisiche da tempo cadute in oblio. Queste ultime si ritrovano puntualmente esposte nella sezione dell’opera intitolata Asserzioni pitagoriche e platoniche inaccettabili per i peripatetici che noi approviamo e difendiamo e, precisa la Amato in nota, le fonti cui Bruno attinge per queste ‘asserzioni’, oltre al Timeo e alle Enneadi, sono: Marsilio Ficino, Nicola Cusano e Cornelio Agrippa da Nettesheim.

Più che precursore di nuove teorie fisiche Bruno appare intento alla riscoperta e alla rielaborazione delle antiche, certo in modo meno riverente rispetto ad autori come Copernico, ma comunque lungi da quel sistema realmente scientifico che di lì a poco soppianterà il paradigma teorico/magico sostituendovi un metodo teorico/sperimentale fondato anche sull’utilizzo rigoroso, nonché apertamente criticato dall’autore dell’Acrotismo, di discipline come la geometria analitica e la trigonometria. D’altro canto già Koyré nel suo Dal mondo chiuso all’universo infinito diffida dall’etichettare Bruno come uno spirito moderno e dal riconoscergli valore in senso stretto come scienziato

[pp. 47].

Data l’importanza dell’opera e la serietà dello studio compiutone dall’ Amato ne consigliamo la lettura, fondamentale per gli “addetti ai lavori”, o per i semplici appassionati che si occupino del pensiero di Bruno.

Intervista

Il titolo dell’opera, Camoeracensis acrotismus, seu rationes articulorum physicorum adversus Peripateticos, nell’edizione da lei curata, è riportato come: Acrotismo Cameracense, le spiegazioni degli articoli di fisica contro i peripatetici. Quali le ragioni per cui ha preferito renderlo con il calco derivante dal latino piuttosto che scioglierlo con una locuzione della lingua italiana?

Come spiego nell’introduzione, il termine ‘acrotismus’ è uno dei più peculiari e oscuri neologismi che costellano la lingua di Bruno. Tra le interpretazioni formulate dalla critica, la più convincente appare quella di Tocco, che fa derivare il termine dal titolo greco della Fisica di Aristotele (Physike akroasis), con il significato di ‘conferenza’, ‘lezione’ sulla natura.

Com’è noto, infatti, la Fisica faceva parte delle opere acroamatiche, che servivano da supporto alle lezioni. Il testo di Bruno, nato dalla rielaborazione della conferenza accademica tenuta dall’autore nel 1586 a Parigi, presso il Collège de Cambrai, viene dunque presentato come una nuova lezione sulla natura che intende sostituirsi a quella di Aristotele.

Quest’ipotesi trova sostegno nella suggestione che Bruno potrebbe aver ricevuto dalla lettura del De revolutionibus orbium caelestium di Copernico, cui l’Acrotismo fa sovente riferimento. Nella prefazione al testo, dedicata al papa Paolo III, l’astronomo polacco, avverte il pontefice del contenuto rivoluzionario del suo libro, presentando la propria teoria sul movimento della Terra, come un discorso (‘akroama’) che potrebbe suonare decisamente assurdo rispetto all’antichissima e acclamata cosmologia geocentrica. La concezione di Bruno, al pari di quella di Copernico, è un discorso di netta rottura con la tradizione che viene sottoposto al vaglio e alla discussione critica della comunità scientifica del proprio tempo, con l’auspicio che un pubblico esoterico, notoriamente immune dai pregiudizi del volgo, possa riconoscerne la validità. L’aspetto polemico è suggerito anche dalla latinizzazione del termine greco che ne amplia l’area semantica, richiamando a livello fonetico il latino acer, acris con il significato di aspro, pungente, ma anche vivace, veemente, violento.

Il titolo dell’opera, coniato da Bruno a distanza di due anni dalla disputa del Collegio di Cambrai, evoca dunque l’acredine dell’orazione antiaristotelica e gli esiti tumultuosi in cui essa sfociò.

Data la pregnanza di significati del termine e con l’intento di valorizzare il neologismo bruniano, ho dunque preferito renderlo in italiano con il calco ‘Acrotismo’. Anche l’appellativo «camoeracensis», derivante da ‘Cambrai’, presenta ancora problemi esegetici. La sua collocazione nel titolo, tra «Iordani Bruni Nolani» e «acrotismus», rende ugualmente plausibili sia l’ipotesi che lo attribuirebbe all’autore sia quella che lo riferirebbe al titolo.

Nella versione italiana ho scelto di attribuirlo ad ‘Acrotismo’ e non al Nolano, per richiamare l’attenzione del lettore alla circostanza della discussione accademica svoltasi al Collège de Cambrai, da cui il testo ha origine. Di conseguenza, ho reso anch’esso con il calco.

Quest’operazione è stata anche favorita dalla presenza del sottotitolo, seu rationes articulorum physicorum adversus Peripateticos, che, esplicitando immediatamente l’argomento del testo, consente di non rinunciare a riprodurre la particolarità e l’incisività della lingua bruniana.

Nel testo originale l’orazione apologetica, che segue la lettera indirizzata da Bruno al rettore dell’università di Parigi Jean Filesac, è definita ‘excubitor’; come spiega la decisione di tradurre il termine con ‘nunzio del risveglio’?

Il termine è presente anche in altre opere bruniane, come ad esempio nell’Ars reminiscendi, dove troviamo la seguente espressione:

«Philoteus Iordanus Brunus Nolanus […] dormitantium animorum excubitor».

Dalle accezioni esaminate, risulta che con ‘excubitor’ (lett.: ‘sentinella’) Bruno intenda colui che, in opposizione alla moltitudine, non si conforma acriticamente alle opinioni diffuse del proprio tempo, ma mantiene uno spirito lucido e vigile che gli consente di discernere sempre il vero dal falso. Come una sentinella preposta a salvaguardia della verità, egli ha il compito di risvegliare la moltitudine dei ‘dormienti’ dal sonno della ragione, annunciando il giorno, l’inizio di una nuova epoca di luce e discernimento, contrapposta all’oscurità dell’epoca attuale. In più luoghi delle sue opere Bruno si presenta come ‘Mercurio’, ‘nuncio di Dei’, messaggero di una verità antica e divina, che deve aprire gli occhi agli uomini e inaugurare una nuova epoca. Una traduzione letterale in questo caso avrebbe vanificato la pregnanza del termine e svilito il ruolo di cui il filosofo si sente investito. Il termine ‘nunzio’ – non estraneo al lessico bruniano –, ha inoltre il pregio di evocare immediatamente l’idea di un messaggio rivoluzionario, con inevitabile richiamo al Sidereus nuncius di Galilei.

Nel I articolo, di quelli concernenti il primo libro della Fisica, Bruno

riprende le parole di Aristotele nell’intento di dimostrare come gli stessi peripatetici non abbiano compreso gli intenti dello Stagirita.

Quest’ultimo sosterrebbe che: «poiché la scienza verte sulla natura; poiché lo studio riguarda la natura; ciò sembra condurre a quella che è la conoscenza descrittiva della natura; perché per noi il procedimento dimostrativo ha ad oggetto la natura.»

[Cfr. Acrotismo, pp. 68].

Nel testo latino è possibile leggere ‘methodus’ invece di ‘procedimento dimostrativo’; quali le ragioni del cambiamento?

La critica della dottrina aristotelica condotta da Bruno nell’Acrotismo ha per obiettivo non solo la dimostrazione della falsità della filosofia della natura dello Stagirita, ma anche la denigrazione dei peripatetici, i quali non hanno saputo cogliere gli aspetti veritieri del discorso aristotelico. Le loro interpretazioni hanno dunque moltiplicato gli errori del maestro, contribuendo alla diffusione di una dottrina insostenibile, che ha smarrito anche le esatte intuizioni originarie. In particolare, il primo articolo dell’Acrotismo si sofferma su una questione epistemologica di grande rilevanza: la definizione dell’oggetto della fisica. Bruno concorda con Aristotele nell’identificare l’oggetto della fisica nella ‘natura’, e non negli enti fisici, come pretenderebbero i peripatetici. Soltanto la natura, infatti, in quanto sostanza immobile e indiveniente dei corpi, può essere sottoposta all’analisi scientifica, mentre i singoli enti naturali – particolari e mutevoli – sfuggono a qualsiasi tentativo di definizione e speculazione teoretica.

Essi possono essere colti da una conoscenza descrittiva, empirica (‘historia’), ma non dalla scienza, che, come Aristotele aveva correttamente inteso negli Analitici posteriori, è una conoscenza per

demonstrationem, ossia un sapere universale e necessario, frutto del procedimento sillogistico. In questo senso lo Stagirita aveva classificato i suoi libri di fisica come scienza della natura, distinguendoli dai suoi trattati sugli animali, sulla botanica, sulla meteorologia e sull’anima, definiti ‘historiae’. Trascurando questa distinzione terminologica, gli aristotelici avevano ridotto la fisica ad una conoscenza empirica degli enti naturali. Volendo esplicitare tale problematica epistemologica, ho ritenuto opportuno tradurre ‘methodus’ con ‘procedimento dimostrativo’, trovando un’ulteriore conferma a questa scelta nella prefazione del De revolutionibus orbium caelestium di Copernico, testo che – come ho già ricordato – risulta molto frequentato da Bruno.

In essa l’astronomo polacco, riferendosi a coloro che sostengono il geocentrismo aristotelico- tolemaico, afferma:

«in processu demonstrationis, quam methodon, vocant».

In più di una circostanza ha sottolineato l’importanza dell’opera in

relazione alla successiva trilogia di Francoforte pubblicata nel 1591.

Nello specifico, quali sono gli argomenti chiave dell’Acrotismo che contribuiscono alla comprensione dei tre poemi latini? Quali quelli che eventualmente subiscono significative revisioni ed ampliamenti?

Pur conservando la propria autonomia e originalità rispetto al resto della produzione bruniana, l’Acrotismo rappresenta una fase di elaborazione di alcuni temi fisici e cosmologici che verranno più ampiamente svolti nella trilogia dei poemi latini.

La letteratura ha evidenziato, ad esempio, come l’atomismo bruniano espresso nel De minimo trovi nello scritto di Wittenberg i suoi presupposti teorici. La critica alla divisibilità infinita della materia e della grandezza geometrica (art. XLII), così come l’affermazione che l’infinita sostanza universale sia costituita da «caos immenso o aria immensa o atomi infiniti» (art. VI), rappresentano le componenti embrionali della concezione discreta della grandezza corporea e geometrica. Aggiungo che l’Acrotismo non si limita ad anticipare semplicemente l’atomismo fisico e matematico, ma anche altri aspetti importanti della complessa teoria del ‘minimo’.

Mi riferisco, ad esempio, alla distinzione tra le qualità oggettive e le qualità soggettive della materia, che troviamo nel cap. X del primo libro del De minimo. Qui l’autore spiega mediante la struttura oggettiva della materia, formata da ‘minimi assoluti’- ossia atomi privi di qualità corporee e invisibili all’occhio umano – l’origine della materia sensibile, qualitativamente differenziata in generi, specie e individui naturali, ciascuno dei quali ha una ‘misura’ minima: «non può esistere un bue più piccolo del minimo bue, né una mosca più piccola della minima mosca». L’identificazione del minimo con la ‘misura’, che costituisce il nucleo centrale dell’opera, trova nell’art. XXI dell’Acrotismo la sua prima formulazione, laddove si afferma che ogni specie vivente è delimitata da un massimo e da un minimo, per cui «sono maggiori i vermi nei quali si corrompe la carne del cavallo che quelli in cui si corrompe la carne del passero». Questi minimi e massimi, che riguardano la materia percepibile, sono quindi relativi all’ambiente biologico in cui si sono sviluppati, al contrario dell’atomo che, come spiegherà il De minimo, è il fondamento ultimo e impercettibile del corpo e costituisce la misura assoluta della materia.

Anche la nozione di ‘termine’, che ha un ruolo determinante nella teoria del minimo, viene delineata per la prima volta nell’Acrotismo.

Questo aspetto, che nel De minimo verrà ampiamente sviluppato mediante il confronto con la discussione scolastica sugli ‘indivisibili’ e con la moderna trigonometria, trae dall’opera di Wittenberg (art. XXXVI) la sua definizione teoretica. Perché sia concepibile una materia costituita da parti indivisibili distinte l’una dall’altra, occorre che tra esse si interponga qualcosa che non sia né materia né estensione. Il ‘termine’ della grandezza viene qui concepito come un vuoto ‘disterminans’, inesteso, il quale non ha come lo spazio la funzione di accogliere i corpi, bensì quella di interrompere il continuum fisico. Esso non ha una natura fenomenica, ma è piuttosto la condizione di possibilità della distinzione tra i corpi.

Analogamente, la linea geometrica e il numero possono concepirsi come grandezze discrete solo in quanto tra i punti, così come tra le unità numeriche, si frappone una natura ‘neutra’ capace di distinguerli gli uni dagli altri.

I concetti di ‘luogo’, ‘spazio’, ‘vuoto’ e ‘tempo’ ricevono nell’Acrotismo un’analisi esaustiva dal punto di vista fisico, con un’argomentazione svolta ‘in negativo’ che, confutando passo per passo la Fisica aristotelica, rivela il pensiero bruniano. Questo emerge poi in modo esplicito nel De immenso, che ridimensiona lo stile polemico e inserisce il discorso in un orizzonte ontologico perfettamente coerente con l’analisi fisica precedente.

Nel poema latino l’invettiva viene deviata piuttosto verso i contemporanei e il discorso ‘sul cielo’ del trattato di Wittenberg si contestualizza nel dibattito cosmologico coevo, prendendo in considerazione le recenti scoperte astronomiche. L’Acrotismo rappresenta dunque non solo la rottura definitiva con la cosmologia tradizionale, non solo la radicalizzazione del sistema copernicano fino al suo dissolvimento in un universo infinito e omogeneo, ovunque abitato da sistemi solari simili al nostro, ma anche la fucina in cui cominciano a prendere forma le divergenze di Bruno dall’astronomia contemporanea, della quale viene rifiutato l’assioma fondamentale: la traduzione dei fenomeni fisici in leggi matematiche.

Nell’articolo XI della serie concernente il secondo libro della Fisica, Bruno suggerisce una definizione di astrologia, ottica e armonica come:

«parti della filosofia naturale, piuttosto che come discipline intermedie tra la speculazione fisica e matematica». Una prima domanda di carattere puramente tecnico concerne l’utilizzo dei due termini, indicanti due ambiti sostanzialmente diversi, nella presentazione e spiegazione del medesimo articolo; precisamente cosa potrebbe significare che nella presentazione compaia il termine astrologia e nella spiegazione il termine astronomia? Sempre nella spiegazione dell’articolo si parla di «numeri fisici» e «linee fisiche».

Come si connettono queste osservazioni con la serrata critica della trigonometria elaborata nei poemi latini? Nell’articolo XI, come in molti altri luoghi dell’opera, Bruno riconosce ad Aristotele l’intuizione di principi fondamentali dell’indagine naturale e, a maggior ragione, lo biasima per non averne dedotto le giuste conseguenze. Aristotele aveva correttamente ammesso che l’astronomia, l’ottica e l’armonia hanno ad oggetto linee e numeri, non in quanto astratti dalla materia e dal movimento, come nella matematica, bensì in quanto inseparabili dall’essere fisico. Da ciò avrebbe dovuto dedurre, secondo Bruno, che queste discipline rientrano nell’indagine naturale, mentre si limitò a considerarle come intermedie tra la fisica e la matematica. La rilevanza di questa critica diviene evidente alla luce della polemica bruniana, cui ho già accennato, nei confronti degli astronomi moderni che interpretano l’ente fisico secondo leggi matematiche. Com’è noto, Bruno intravede nella natura una varietà e mutevolezza tali da impedirgli di leggerla secondo l’esattezza e il rigore geometrici. Nell’Acrotismo la polemica contro le spiegazioni logiche e matematiche della realtà fisica, già in parte presente nei Dialoghi italiani, diventa un vero e proprio Leitmotiv, che si esprime in particolare nel negare ai pianeti una forma sferica perfetta e un movimento circolare uniforme.

Anziché una matematizzazione della fisica, constatiamo in Bruno una ‘fisicizzazione’ della matematica, che verrà definita nel De minimo mediante la concezione atomistica della grandezza geometrica, impedendo a Bruno di recepire i nuovi sviluppi della trigonometria. Riguardo all’uso dei termini ‘astrologia’ e ‘astronomia’, che qui sembrano intercambiabili, occorre precisare che Bruno conosce bene la distinzione degli ambiti delle due discipline (De compendiosa architectura, sectio III, cap. I), ma in diversi luoghi della sua produzione le classifica entrambe come arti o ‘muse’ attinenti alla sfera del quadrivio, insieme alla musica, alla geometria, all’aritmetica, all’ottica, alla pittura e alla ‘physionomia’, riconoscendo loro pari dignità epistemologica.

Nell’Acrotismo la posizione di Bruno al riguardo diviene ancora più distante dalla tradizionale suddivisione dei saperi, poiché, come ho detto, le arti che attengono ad oggetti fisici non possono rientrare nel dominio della matematica, ma vanno considerate come parti dell’indagine naturale.

All’epoca l’Acrotismo fu oggetto del caustico giudizio di Tycho Brahe:

«Nullanus nullus et nihil, Conveniunt rebus nomina saepe suis».

Il Nolano e l’astronomo danese, tecnicamente parlando, si trovano su posizioni completamente differenti; sostenitore dell’eliocentrismo il primo e di un sistema sostanzialmente geocentrico il secondo. Come ricostruirebbe il quadro storico della vicenda? Che effetto potrebbe aver sortito un’opera come l’Acrotismo, se mai la conobbe, su Johannes Kepler (peraltro assistente di Brahe nel 1599)?

Le prime reazioni suscitate dall’opera furono all’insegna di una netta e quasi unanime condanna, proveniente – contro ogni auspicio di Bruno – proprio dai rappresentanti di quel pubblico cui il testo era diretto: da una parte i filosofi francesi, dall’altra la comunità scientifica internazionale.

Già al Collège de Cambrai la lezione antiaristotelica aveva suscitato la riprovazione dei presenti, che avevano trovato il loro portavoce in Rodolphe Callier, un ex avvocato, esponente del partito dei politiques, che aveva abbandonato la sua professione per dedicarsi agli studi. Prima che la discussione si trasformasse in un tumulto, egli era intervenuto in difesa della filosofia aristotelica contro «le imposture e vanità di Bruno», che, anticipando il sarcasmo di Brahe, aveva rinominato «Jordanus Brutus».

La vicenda riguardante Bruno e Brahe, ricostruita dalla letteratura, mostra come Bruno avesse mal riposto la sua fiducia nella comprensione degli scienziati più innovatori del tempo. La dedica autografa, che il Nolano appose alla copia che inviò a Brahe, conteneva una dichiarazione di stima nei confronti dell’astronomo danese, le cui recenti osservazioni sulle comete e sulle novae costituivano, agli occhi di Bruno, una prova sperimentale della sua cosmologia. Il severo e sprezzante giudizio con cui Brahe, in una postilla all’esemplare donatogli da Bruno, ricambiò ingiustamente l’ammirazione del Nolano, venne riconfermato in una lettera all’astronomo tedesco Christoph Rothmann del 17 agosto 1588, in cui Brahe prende nuovamente di mira tale «Jordanus Nullanus», autore di uno scritto «de mundo contra Peripateticos» – l’Acrotismo, appunto -, esprimendo tutto il suo biasimo contro chi, come Bruno, Jean Pena e lo stesso Rothmann, sosteneva l’infinità, l’uniformità e la fluidità del cielo universale, a danno della gerarchia tra mondo celeste e sublunare, della quale Brahe era fermamente convinto. Non risulta che Bruno fosse a conoscenza della ‘stroncatura’ dell’astronomo danese, che il Nolano considerava un ‘collega’ o un alleato nella costruzione di una nuova visione del mondo.

Quanto a Keplero, pur non essendo accertata una conoscenza diretta dell’Acrotismo, è nota la sua presa di distanza nei confronti delle tesi più audaci della cosmologia bruniana, definita come «philosophantium insania».

Sebbene condivida con quest’ultima l’adesione al copernicanesimo, l’eliminazione della differenza tra mondo sublunare e regione siderea, la distinzione tra i corpi celesti che risplendono di luce propria (il Sole e le stelle) e quelli luminosi per luce riflessa (i pianeti e i satelliti), l’ipotesi di una vita intelligente in altri corpi celesti (Luna e satelliti di Giove), Keplero si scaglia contro la concezione di un universo omogeneo e senza limiti, costituito da infinite terre che ruotano attorno ad altrettanti innumerevoli soli, ribadendo, con argomenti astronomici e ontologici, l’unicità e la centralità del nostro sistema solare. Ciò gli consente di rimanere fedele all’antropocentrismo e alla gerarchia topologica del cosmo, tacciando di irreligiosità Bruno, che «aveva sostenuto la vanità di tutte le religioni, e aveva ridotto Dio al mondo, ai suoi circoli, ai suoi atomi».

Nella sua introduzione all’opera si sofferma sulla differente nozione di natura concepita da Bruno e da Aristotele e osserva come da una simile distinzione derivino concezioni del moto, ontologiche e antropologiche sostanzialmente eterogenee. Negli articoli XIII e XIV, dedicati agli argomenti del secondo libro della Fisica, si trova la sintetica e precisa confutazione della nozione aristotelica di mostro, alla cui base sta chiaramente una diversa concezione di natura. Quali sono a suo parere le implicazioni, di carattere generale e antropologico, di tale confutazione?

La divergenza fondamentale tra la fisica di Aristotele e quella di Bruno che emerge chiaramente nell’Acrotismo sta nella diversa concezione della natura, identificata dal primo principalmente con la forma e dal secondo con la materia. Ciò comporta una diversa spiegazione del movimento, che per lo Stagirita ha la sua ragion d’essere nella ricerca incessante da parte della materia informe del proprio atto, determinato da un principio formale ad essa estrinseco, mentre per Bruno consiste nell’esplicitazione della perfezione intrinseca alla materia stessa. La negazione del teleologismo aristotelico fondato sulle forme trova conferma nell’articolo XIII, riguardante la natura dei cosiddetti ‘mostri’. Per Aristotele, gli esseri mostruosi sono l’indizio dell’errore della natura che, a causa di qualche impedimento, non riesce a conseguire il fine per cui ha prodotto un certo ente e, così, le capita di generare, ad esempio, dei buoi con volto umano, fallendo nel realizzare la specie del bue.

Per Bruno è esattamente il contrario: i cosiddetti ‘mostri’ provano che la natura agisce correttamente in quanto non esubera mai dalle possibilità della materia nella quale opera. Ciò significa che la causa finale, ossia la perfezione degli enti naturali non è stabilita, come in Aristotele, dalla forma, ma piuttosto dalla materia, quale sua intrinseca necessità. L’errore, l’imperfezione possono ammettersi soltanto in senso relativo, dalla prospettiva del modo, dell’ente finito, che in tanto è imperfetto, in quanto non coincide con l’assoluto. Viceversa, dalla prospettiva della sostanza universale, non esistono errori né imperfezioni, perché i singoli enti e lo stesso movimento sono tutti identicamente espressione della necessità naturale (artt. XIV e XVII).

Per Bruno le forme non possono costituirsi come principio naturale,

né tantomeno come criterio di discriminazione tra ciò che è perfetto e ciò che non lo è, in quanto esse non sono altro che la manifestazione molteplice e transeunte della sostanza-materia. Dunque non c’è differenza ontologica tra forma e forma, tra corpi celesti e terra, tra ‘mostri’ e esseri ‘normali’, poiché non esiste un principio normativo estrinseco alla materia e alla necessità che la regola. Nella natura non vi sono dunque forme, gradi, gerarchie o luoghi dotati di una maggiore perfezione rispetto ad altri, poiché «nulla è a tal punto fine, da non tendere ad altro, ma piuttosto ogni cosa tende ad ogni altra vicendevolmente e, sotto diversi rispetti, ognuna è sia fine, sia per un fine, sia contro un fine» (art. XIV). Questa indifferenza sostanziale della natura, fondata sull’identificazione natura-materia, permette a Bruno di demolire il cosmo chiuso e gerarchicamente ordinato di Aristotele, e di affacciarsi ad un universo infinito in cui nessun luogo può esser centro più di quanto non sia periferia e tutti gli enti naturali – terrestri e celesti – possiedono un identico grado di perfezione.

Non solo. La nozione bruniana di natura prefigura una diversa e più ampia possibilità d’espressione della libertà umana. Da un lato, infatti, relativizzando il concetto di perfezione e di ‘normalità’, le tesi parigine demoliscono consolidati e ingiustificati schemi mentali a favore di una visione più comprensiva della realtà che dispone l’uomo ad un atteggiamento di massima tolleranza nei confronti della ‘diversità’.

Dall’altro lato, escludendo la possibilità di qualsiasi fine o senso assoluto dell’universo che non coincida con l’intrinseca necessità naturale, l’Acrotismo emancipa l’uomo dall’oppressione di un «plumbeo giudizio» e di «eterne Erinni», elimina i motivi di censura e di condanna di tutto quanto non corrisponda a fini prestabiliti da autorità filosofiche o religiose, creando in tal modo i presupposti teoretici per una piena libertà umana.

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Fonte: Lo Sguardo.net Rivista Elettronica di Filosofia Editore Alberto Gaffi – Numero II, 2010

Giordano Bruno, Acrotismo cameracense. Le spiegazioni degli articoli di fisica contro i Peripatetici, a cura di Barbara Amato, 2009, pp. 144

SUPPLEMENTI DI «BRUNIANA & CAMPANELLIANA» Diretta da Eugenio Canone, Germana Ernst Cm. 17,4 x 24,5 TESTI 7

Fabrizio Serra editore, Pisa · Roma

Può apparire paradossale che un pensatore come Giordano Bruno, riconosciuto per la rivoluzionarietà delle sue idee e nemico dichiarato dell’erudizione e della pedanteria, attinga continuamente nei suoi testi alle diverse tradizioni filosofiche. I presocratici, Platone e i neoplatonici, Agrippa di Nettesheim, Lucrezio, Ficino, Cusano sono solo alcuni degli autori con i quali Bruno dialoga continuamente nelle sue opere, criticandoli o approvandoli, e comunque recuperandone, spesso implicitamente, lessico e categorie. Anche Aristotele e i suoi interpreti antichi e medievali, sebbene costantemente attaccati dal Nolano, fungono spesso da serbatoio concettuale del suo pensiero o persino da fonte d’ispirazione dei suoi neologismi, come il titolo dell’opera che qui si presenta, Acrotismus, nato dalla distorsione del titolo greco della Fisica di Aristotele (Physiche akroasis). Il Camoeracensis acrotismus (di cui questo volume presenta la traduzione corredata da un ampio apparato critico), pubblicato a Wittenberg nel 1588, segna una tappa fondamentale nella campagna intrapresa da Giordano Bruno contro il modello aristotelico del mondo: con un’esposizione rigorosa e serrata, l’opera racchiude in ottanta articoli la critica bruniana alla Fisica e al De coelo dello Stagirita, dando luogo ad un «commento in negativo» che, seguendo fedelmente l’ordine dei testi, legge, interpreta e confuta in un unica mossa i passi delle opere di Aristotele in cui si annidano i principali errori della sua filosofia naturale. Vengono così scardinati, l’uno dopo l’altro, tutti i principi della fisica e della cosmologia peripatetiche, con una ridefinizione puntuale delle nozioni scientifiche che li sorreggevano. La materia, l’infinito, il continuo, il movimento, lo spazio, il tempo, le leggi celesti, la gravità dei corpi ricevono dall’analisi bruniana una valenza radicalmente diversa, divenendo gli elementi costitutivi di un nuovo ordine fisico e cosmico. La nuova visione della natura e dell’universo comporta necessariamente l’adesione ad una diversa ontologia, antitetica a quella aristotelica, che ridefinisce anche il ruolo e la dignità dell’uomo nella natura e nella storia. Abbandonata la forma dialogica ed il volgare degli scritti londinesi, l’opera si presenta come la prima enunciazione della fisica e della cosmologia bruniane nella lingua ufficiale della comunità scientifica internazionale, il latino, e nella forma privilegiata dalle discussioni accademiche: le tesi. Il testo infatti trae origine da un dibattimento accademico svoltosi in un’aula dell’Università di Parigi, due anni prima della sua pubblicazione in terra germanica.

Sommario: Premessa. Introduzione. Nota al testo. Abbreviazioni e sigle. Giordano Bruno, Acrotismo Cameracense. Indice dei nomi.

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