L’inquisizione senza mostri. Una polemica suscitata dall’introduzione di Valerio Evangelisti alla ristampa della “Storia dell’Inquisizione” del 1932.


Si riaccende l’annosa polemica sui tribunali dell’Inquisizione, suscitata questa volta dall’Introduzione apposta da un romanziere, Valerio Evangelisti, alla ristampa per le edizioni Odoya della Storia dell’Inquisizione scritta da uno sconosciuto storico spagnolo degli anni Trenta, Carlo Havas. Un libro uscito in Italia nel 1932 per le edizioni Schor arricchito, ci dice Evangelisti, da illustrazioni ammiccanti di fanciulle seminude torturate da foschi inquisitori. Ciò nonostante, afferma Evangelisti, il libro merita ancor oggi di essere letto, soprattutto in presenza di una storiografia che, tranne rare eccezioni, si dedica a piene mani a far opera di “revisionismo storico”, e sostituisce la “leggenda nera” di un’Inquisizione assetata del sangue di eretici e streghe con una “leggenda aurea” che ne fa un tribunale mite e soprattutto garantista. Alle origini di questa rilettura, sostiene, è la volontà cattolico-integralista di riabilitare la Chiesa controriformistica e l’Inquisizione. Un revisionismo, incalza, che porta facilmente come suo esito il “negazionismo”, quello è per intenderci di un Irving e di un Faurisson. Un’accusa che sarebbe difficile da digerire per la categoria degli storici, se non fosse per il fatto che viene da un romanziere, abituato a volare con la fantasia, come fa nei suoi libri con il suo protagonisti –l’inquisitore aragonese Nicolas Eymerich, un domenicano realmente esistito e autore di un’opera importante, il Directorium inquisitionis, del 1376 –che trasforma in una figura ambivalente, fanatico e durissimo sostenitore della purezza della fede contro gli eretici, le streghe, gli ebrei, i mori, ma anche personaggio affascinante, coraggioso, fin non alieno da un certo grado di introspezione. E fin qui, nulla da obiettare.

Ma siamo proprio sicuri che le opere di questi storici, intenti a rivedere la vulgata e a ricostruire intenti a rivedere la vulgata e a ricostruire in tutte le sue sfumature il percorso dei tribunali della fede, sia frutto di una scelta ideologica e non invece del loro concreto mestiere di storici? Non era forse in base alle sue ricerche che il padre della storiografia liberale ottocentesca sull’Inquisizione, l’americano Henry C. Lea, certo non sospetto di filo-clericalismo, si domandava con stupore all’inizio del Novecento come mai l’Inquisizione romana e spagnola avessero assunto un atteggiamento scettico in tema di stregoneria?

Ed era forse per difendere la Chiesa cattolica che nel 1996 Carlo Ginzbourg pubblicava in appendice al suo I ben andanti il testo latino del documento con cui nella prima metà del Seicento l’Inquisizione romana poneva il fatto che in Italia ai processi contro la stregoneria, un testo di cui successivamente lo storico americano John Tedeschi retrodatava ulteriormente la circolazione ai primi due decenni del Seicento? Portando ancor oltre tale tendenza al revisionismo, lo storico Giovanni Romeo, che Evangelisti non cita fra le sue bestie nere, si è domandato se la tendenza a guardare con scetticismo al crimine di stregoneria non avesse accompagnato, sia pur fra conflitti e divergenze, l’intero percorso delle due inquisizioni, quella romana e quella spagnola. Interpretazione che non gli impediva però di mostrarsi tutt’altro che tenero con i fautori della repressione, come San Carlo Borromeo, che nel 1569 riuscì a mandare al rogo undici “streghe” contro il parere contrario del Sant’Uffizio.

Quanto all’Inquisizione spagnola, nata sotto l’ombrello della corona spagnola nel 1478, essa incrudelì contro i giudaizzanti, il suo principale obiettivo. Ma non contro le streghe, tanto è vero che nel 1613 un inquisitore spagnolo Alonso de Salazar Frìas, riuscì a far approvare dal Consiglio della Suprema Inquisizione un documento che, sulla stessa linea di quello più o meno contemporaneo dell’Inquisizione romana, poneva di fatto fine ai processi per stregoneria in Spagna. La storia di questo inquisitore coraggioso l’ha narrata Gustav Henningsen, un altro degli storici accusati di revisionismo da Evangelisti.

E che dire dei demonologi, quei giuristi, ecclesiastici o laici, autori dei manuali di stregoneria, quei libri che servivano da guida ai giudici durante i processi? Ce n’era di tutti i tipi, dai laici come l’umanista Jean Bodin, una delle glorie del pensiero politico francese del Cinquecento, ai domenicani, ai gesuiti. Gesuita era, ad esempio, Martin del Rio, uno dei più famosi demonologi del secondo Cinquecento. Ma gesuiti erano anche, nella Germania del primo Seicento Adam, Tanner, Paul Laymann e Frederich von Spee tutti oppositori della terribile caccia alle streghe scatenata durante la guerra dei Trent’anni dai principi cattolici della Germania. In particolare Spee, autore di un libro coraggiosissimo, la Cautio criminalis (1631) che denunciava da confessore delle streghe mandate al rogo, l’orrore del sistema in base al quale venivano condannate. Un sistema, si badi, non affidato in questo caso all’Inquisizione anche se fondato su procedure di tipo inquisitoriale. Quella di Spee è anche un pezzo della storia di quel conflitto tra confessori e inquisitori su cui molto ha scritto Adriano Prosperi nel suo Tribunali della coscienza, un libro in cui, sia detto per inciso, si offre dell’Inquisizione romana un’immagine molto sfumata, tanto diversa dalla leggenda nera quanto lontana da ogni forma di apologia.

Il fatto che sul problema della stregoneria giuristi e teologi della Controriforma avessero posizioni contrastanti e che le Inquisizioni fossero all’avanguardia nell’estinguere i roghi non vuol dire naturalmente che esse smettessero di perseguitare gli eretici. La fine della caccia alle streghe in Italia non comportò –e come avrebbero potuto? –conseguenze sul terreno della terreno della libertà di pensiero e di religione, a cui la Chiesa continuò a opporre il principio inderogabile della difesa della verità della fede. Ma c’è proprio bisogno, per affermare il rifiuto dell’intolleranza, di sventolare l’immagine di maniera di una Chiesa oscurantista e di un’Inquisizione sanguinaria e perversa? L’immagine complessa e sfumata che gli storici hanno di delineare di questo periodo non soltanto non è diventata egemone, ma non è neppur filtrata nella vulgata. L’Inquisizione resta, nell’opinione comune ma anche in quella di molta parte della nostra cultura, un mostro da non rimettere in discussione sotto nessun aspetto. La leggenda nera è più attraente perché gronda lacrime e sangue, tortura e corpi spezzati. I grigi, le sfumature, non piacciono che a pochi. E i libri di storia, come i romanzi, devono soprattutto piacere. Forse anche noi storici dovremmo cominciare a prenderne atto.

di Anna Foa

Fonte: il sole 24 ore 30/05/2010

Storia dell’inquisizione

22,00 €
Autore: Carlo Havas
Introduzione: Valerio Evangelisti
VOLUME ILLUSTRATO

L’Inquisizione è l’istituzione ecclesiastica più temuta nel corso della storia. Era sufficiente essere sospettati di eresia per finire nelle segrete stanze degli interrogatori, subire torture e quasi certamente morire fra atroci sofferenze.

La storia dell’Inquisizione inizia con il Concilio presieduto a Verona nel 1184 da papa Lucio III e dall’imperatore Federico Barbarossa, con l’obiettivo di reprimere il movimento cataro, diffuso in Francia meridionale e in Italia settentrionale, e di controllare i movimenti spirituali e pauperistici.

Allo scopo di combattere più efficacemente la Riforma protestante, il 21 luglio 1542 Paolo III emanò la bolla Licet ab initio, con la quale si costituiva l’Inquisizione romana, ossia la “Congregazione della sacra, romana ed universale Inquisizione del Sant’Uffizio”.
Di fatto l’Inquisizione rimase attiva fino a fine Ottocento.

Nicolas Eymerich, Tomás de Torquemada, Galileo Galilei, Giordano Bruno… I personaggi, le vittime e i carnefici di una delle pagine più tragiche e dolorose della storia umana..

“Bisogna ricordare che lo scopo principale del processo
e della condanna a morte non è salvare l’anima del reo,
ma… terrorizzare il popolo.”
(Nicolas Eymerich Directorium Inquisitorum)

“Detta Margherita fu tagliata a pezzi sotto gli occhi di Dolcino;
poi costui fu a sua volta tagliato a pezzi.
Le ossa e le membra dei due suppliziati furono gettate tra le fiamme,
assieme ad alcuni dei complici: era il meritato castigo per i loro crimini.”
(Bernardo Gui)

“Se lo spirito è superiore al corpo, il papa è superiore all’imperatore.
Il potere spirituale ha il diritto d’istituire il potere temporale e di giudicarlo
se non è buono. E chi resiste, resiste all’ordine stesso di Dio.
Sentenziamo dunque che ogni uomo deve essere sottoposto al pontefice romano,
e noi dichiariamo che questa sottomissione è necessaria per la salute dell’anima.”
(Papa Bonifacio VIII)

Autore
Carlo Havas è stato uno storico spagnolo studioso di storia della Chiesa.
Questo volume è un fondamentale contributo al dibattito sull’Inquisizione e vanta pubblicazioni e riedizioni in numerose lingue.

Valerio Evangelisti, uno dei più noti scrittori italiani di fantascienza e fantasy, conosciuto soprattutto per il ciclo di romanzi dell’inquisitore Eymerich e per la trilogia di Nostradamus.

scheda del libro

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